La Storia Infinita (quella tra se stessi e sè)

E’ un’altra notte insonne, o quasi.

Quando tutto tace, scivolo silenziosamente fuori dal letto, infilo le pantofole, a tentoni prendo gli occhiali, il kindle, il cellulare, una maglia e a passi lenti, cercando di posare piano i piedi, vado via. Chiudo piano la porta. Raggiungo il salotto, sempre a tentoni cerco la lucina della sala. E’ più facile che urti un mobile di giorno, che di notte mentre non vedo. Il perchè un mistero.

Poi frugo in borsa, tiro fuori una sigaretta, perchè ormai ci sono ricascata, è ufficiale. Non mi piace nemmeno, ma è più facile farlo che non farlo. Esco sul terrazzo e guardo fuori, rimanendo confinata in quella parte non bagnata dalla pioggia. Non vedo niente di particolare dal secondo piano. Tapparelle non abbassate e i bagliori di una tv ancora accesa, nel palazzo di fronte, più in basso di me. Il padre delle bimbe addormentate, probabilmente anche lui non dorme. Me lo immagino come me, silenzioso, come una forma di rispetto anche per se stessi. Veramente non mi sembra una cima, probabilmente guarda la tv e basta.

La sera mi sembra familiare, anche se vista da qui. L’odore, il rado passare delle auto (strano, perchè di solito c’è traffico), il gorgoglio dell’acqua che gocciola dalle grondaie, l’illuminazione arancio delle strade notturne. Non so se prima viene il ricordo e poi un senso di ritorno, o viceversa. Di sicuro mi ci aggrappo, cerco di ricordarlo forte e di riportarlo al tempo presente. Mi scorrono in mente i paesaggi, visti dallo stesso stato d’animo contemplativo. Mi sembra di rimettere i piedi dentro di me, come in un paio di pantaloni.

Mi viene in mente il paesaggio disteso fuori della stanza di casa mia, 250 chilometri in su. Mi viene in mente la città di Genova arroccata sui colli, testarda ed affamata, come se una casa alla volta si guadagnasse una meta, dal terrazzo di casa della Ste. Ho davanti un pino, a destra un altro palazzo. Avrei voglia forse di un orizzonte libero. Ma dall’altro lato è pianura e pennacchi di una fabbrica. Però l’aria è calda e senza vento e la strada senza auto.

Mi viene voglia di un week end a Como a lezione, anche se allora la odiavo.

Forse quando ti perdi devi solo ritrovarti, fare qualcosa di usuale e di tuo, qualcosa che hai sentito veramente, qualcosa di te che hai sempre approvato e vissuto in pieno. Sento la bocca piegarsi in un lieve sorriso.

Ripercorro il corridoio, entro nello studio. Cerco un libro. Nel buio e nel silenzio non ho bisogno di guardare. So che è a destra, primo o secondo ripiano, scorro il dito. Lo riconosco al tatto. La ruvidità un po’ rozza della sovracopertina, le irregolarità dell’umidità, perchè quegli sciagurati dei miei nipoti lo hanno letto in bagno, tanti anni fa.

La Storia Infinita, Edizioni Corbaccio. Per la seconda, forse la terza, volta.

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19 pensieri su “La Storia Infinita (quella tra se stessi e sè)

  1. ehi! forse te l’ho già scritto perché lo scrivo a tutte/i le/i bloggers che hanno la penna facile ma facile.. hai provato a scrivere un libro?
    un salutone di buon inizio settimana :- )

    • Sei proprio un tesoro 🙂
      Non sei la prima a dirmelo, ma ho un profondo rispetto per i libri e non credo sia giusto improvvisare un mestiere, anche se sono in tanti a farlo! Grazie!

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