Saetta

La mia nuova bici si chiama Saetta e ne sono innamorata.

Ieri è tornato il sole, con il mio nuovo corpo, più leggero sfreccio verso il lavoro. Abbiamo un evento di piazza, mi aspettano. Indosso pantaloni vecchi che sono nuovi perchè non li mettevo da un po’ e lì per lì mi sento a disagio in canotta, mi sembra troppo da giovane, ma ragionandoci non sto male e il blu sta bene con l’avorio. Ormai la mia chioma è importante e devo tirarla indietro con la bandana e legarla per non avere ingombro. Il vento soffia a favore, salgo la salita dell’Incile senza sforzo, la bici risponde ai miei comandi e mi permetto di girare spericolata come i bambini fino al sottopassaggio per la pista ciclabile, al di sotto del traffico sull’Aurelia. Ho un allegro controllo della situazione, mentre come una saetta percorro la discesa senza frenare, ad una velocità che non tenevo dall’età di sei anni, per poi riprendere leggera la salita. Lungo il viale, il raso nero dei dreadlock di Papa Winnie mi si para davanti, troppo centrale per passargli a lato. Mando un’allegra scampanellata. Un sorriso bianco con occhiali scuri si volta, sorride, ride, mormora qualcosa che non capisco, ringrazio sorridendo a mia volta. Fendo l’aria di gelsomino della siepe, noto l’assenza dei tigli e mentre passo in mezzo al loro viale i piccioni tutti insieme si alzano in volo. Sorpasso il timore dello sporco dei piccioni mentre imbocco un’altra discesa e dall’ombra passo di nuovo al sole. In un attimo sono Piazza Vittorio Emanuele. Tipografia 1, tipografia 2, Vettovaglie. Tra giovani sì e giovani no.

Ci si aggrappa a queste cose.

Che sembrano poco rispetto a tutto il resto.

Uno dei miei bimbi fa rap in piazza davanti alla città. Alle sue spalle, lo ascolto attenta mentre descrive in rime ritmate l’adolescenza di tutti, pensando che quella sia la vita, una strana idea dell’eternità senza la cognizione del tempo. Non sa ancora che cambierà. Che tutto si farà più difficile e pacato. Che più dell’emozione sarà importante la strategia. Parte dopo una catena singolare di inconvenienti e tiene la piazza lo stesso. Ad un certo punto ha caldo, allungo le mani per prendergli la camicia, ma la porge a una ragazza carina davanti a lui. Poi dice di aver sete, vado a prendergli l’acqua, ma gliela porge un’altra ragazza carina davanti a lui. La mia acqua la prende il signore anziano del mixer. E ci vedo tutto il senso della vita adulta.

Sorrido di me, perchè le cose vanno come devono andare; io sono sempre un passo indietro e caracollo dietro ai cambiamenti. Gesti abituali iniziati e subito abortiti, in mancanza di reciprocità. Iniziare reciprocità nuove.

Poi la serata finisce, mi godo il lavoro di squadra del caricare, scaricare, mettere a posto. Dire scemate di notte, prima di rientrare a casa.

Ogni tanto il pensiero intrusivo di ogni tragedia che potrebbe capitare al mio amore che sta a casa mi penetra rovente in testa, e bagno con la gomma dell’acqua della mia modalità meditativa, ridendo di sciocchezze. Poi rientro a casa e tutto va bene. Ma lo sapevo in cuor mio, perchè ho passato la vita ad essere apprensiva, ad aver paura che le persone morissero, a controllare tutto, per poi essere colpita sempre in un momento in cui non stavo pensando, in cui non me l’aspettavo. Il nonno, la mamma, il papà. Solo la nonna ha avuto la bontà di mandare segnali. E così non avevo paura, solo tristezza. Ma non è stato da sola che le ho detto addio. Gliel’ho detto pian piano, un giorno alla volta, ce lo siamo dette insieme. Così è stato meglio. Non bello, ma meglio.

Questo non riesco a conciliare. L’idea della vita accanto alla morte. Non riesco a metterle insieme in un’unica percezione e restare tranquilla. O non ci penso, o ci penso. Non riesco a percepire le persone che amo come mortali e goderne la vita contemporaneamente. O le penso come eterne o non posso sopportare l’idea di non averle per sempre.

Questo maledetto cuore stracolmo di amore. Gioia rabbia dolore paura.

Probabilmente questo sono ancora un’adolescente. Ed è per questo che ancora sto con gli adolescenti.

Diventerò mai grande?

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9 pensieri su “Saetta

    • Quello che mi è rimasto della mia adolescenza, nel senso di idealismo e di passione mi piace. Il fatto di ricordarmela così bene nei suoi lati più belli e di usare questo ricordo per comprendere meglio quello che fanno i ragazzi. Prendo certi atteggiamenti con filosofia e con fermezza. Mi fanno tanto ridere davvero… perchè so come vanno a finire le cose alla loro età. Non è un problema sospendere il giudizio. Ma penso che il non riuscire a conciliare l’idea della vita con quella della sua finitezza, sia un limite che mi procura non pochi problemi. E’ proprio un problema che non ho risolto.

      • the pellons' ha detto:

        Nemmeno io, per nulla. Mi interrogo e interrogo su un dopo, in cui spero, ma in cui non riesco a credere.

  1. Io ho iniziato a far pace con la morte quando mi sono reso conto che da morti non dev’essere poi tanto male, sia vedendola da credente, dove ti si apre un mondo paradisiaco, o da non credente dove dormi e non sai nemmeno di dormire, la morte è in fondo la pace in contrasto con la vita che è bella ma è caos, è il giusto riposo agli stenti quotidiani. Quello che mi fa paura è vedere gli altri invecchiare, perdere un colpo al giorno e diventare sempre più stanchi, sempre meno svegli, ogni giorno con chi amo è un regalo e ogni giorno lo vivo come tale.

  2. Windruffle ha detto:

    Non so che dirti, per me la morte e’ cosa ovvia seppure tremenda e terrorizzante, la vivo come presenza costante da quando ho tredici anni, e me n’e’ stata ribadita l’ineluttabilità varie volte, a sorpresa, piano piano, in tante forme. Per me ha fatto si che non dessi mai niente e nessuno per scontati, che cercassi sempre di rendere tutto il più intenso che potevo perché per me, ogni giorno potrebbe essere l’;ultimo, ogni cosa l’ultima che ti dico e via dicendo. I traumi sono stati solo quando avevo troppe cose ancora in sospeso, troppe cose irrisolte. Per il resto, solo profondissima tristezza che mi porto dentro continuamente, e mi fa apprezzare così tanto, e mi fa cercare così tanto, la costante gioia. La percezione della nostra mortalità non e’ una cosa negativa. E’ pesante, e’ difficile, ma rende pregno ogni momento. Evita di rimandare le cose che ci teniamo dentro. Ci sprona a vivere sempre, sopravvivere mai.
    Se penso a tuo padre, provo gioia perché se fosse successo qualche anno fa, nessuno lo avrebbe pianto, non così tanto. Ci sarebbe stata rabbia, amarezza, cose irrisolte. Invece per lui ora provo pace, anche se ovviamente tristezza perché avrei voluto incontrarlo al tuo matrimonio, tristezza per la compagna che ha lasciato e per voi. Ma pace. Perché tutti tutti tutti moriremo, ma e’ il come viviamo e come moriamo che conta.

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