Soprattutto un profumo (storia di come la nonna ha contribuito a far di me quella che sono – anche se vale quel che vale)

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Della nonna mi ricorderò soprattutto il profumo. E’ la cosa più antica che ricordo di lei. Un profumo e una voce. Ma il profumo arriva prima e rimane dopo. Sicchè aprendo la porta di casa, potevo dire con assoluta precisione se la nonna c’era o c’era stata. Il consueto il gioco del profumo, lo innescava il rumore della chiave nella toppa, “stai zitta, vediamo se ti sente”, lei restava in silenzio, io sentivo il profumo “C’è la nonna!” e allora poi lei si palesava oppure la mamma rispondeva “C’era, è andata via”. Sta in quelle pieghe di emozioni che non puoi spiegare, perchè alcune cose stanno nel non condivisibile, il cosa significa per me “c’è la nonna”.

Poi mi ricorderò una storia.

Lunga, che parte dall’Austria, dalla Sicilia, dal Brasile, arriva in Egitto e finisce in quella triste e cupa città che è il posto in cui sono nata.

Comincia con i nonni dei miei nonni e non so dove finisce esattamente, ma ad un certo punto, in un punto che non saprei dire, sfumava, diventava presente, o polemica o rancore o avventura o qualsiasi altra cosa la nonna volesse dire. Ma quel che conta è che la nonna raccontava storie e le raccontava in un modo per cui in realtà dipingeva. Ed era come una magia, un suono suadente, un racconto affascinante, ispirato, di paesi che non vorrò mai vedere sul serio, Alessandria d’Egitto, Asmara, Addis Abeba, Diredawa, Caracas e Puerto La Cruz. O narrati o mai più.

Poi mi ricorderò la sua voce di miele che cantava e non ricorderò quella roca della vecchiaia, coperta di fumo e di estrazioni del lotto.

Io non facevo rumore, giocavo sempre in silenzio, mi si sentiva solo per la collera, di tanto in tanto. La nonna cuciva da un lato, o faceva la maglia con il suono ritmico che non so spiegare della macchina da maglieria. Io in un angolo avevo la mia macchinina da cucire, che non era del tutto un giocattolo, per la mia Barbie e cucivo per finta, perchè non ero capace, ma ascoltavo lei che cantava o narrava. E mi sentivo tranquilla e ammaliata. Non mi ricordo la noia, ma l’angolino in silenzio era il mio posto e mi ci trovavo bene. Perchè a me l’attenzione non piace, mi piace il calduccio, la penombra e un sottile cantare.

Mi ricorderò sempre la storia con cui mi insegnò che le bugie sono la cosa peggiore che si possa dire, protagonisti i miei zii e mia madre bambina.

O mi ricorderò quando con una storia mi spiegò che i bambini e il tempo che si passa con loro sono più importanti della pulizia della casa. Che la casa quando hai tempo la fai, ma il tempo non torna mai. E che non è bello che i bambini vivano con la paura di sporcare o con l’ansia di pulire.

Non chiedevo Cappuccetto Rosso o Cenerentola. “Nonna mi racconti di quella volta…”

Poi mi ricorderò quel senso estremo di indipendenza, del suo prendere le redini, guidare fino in Jugoslavia, quando le donne ancora non guidavano e portare la famiglia al mare al pari di mio nonno.

Due cose diceva sempre: “Margherita contro tutti” e “Io non ho bisogno di nessuno e non chiedo niente a nessuno”. Però dava sempre tutto quello che aveva a chi lo chiedesse o a chi ne aveva bisogno.

Mi ricorderò il campeggio e l’accoglienza degli esclusi, degli stranieri, quelli con cui non parlava nessuno e che improvvisamente entravano nel gruppo dei più, perchè lei e il nonno non rifiutavano nessuno e coinvolgevano tutti. Mi ricorderò una donna, che disse di essere stata molto stanca quando ha avuto il suo bambino, perchè nessuno la aiutava e che tutti al mare hanno pensato fosse in crisi con il marito. Mi disse che la nonna fu l’unica a non fare domande e a chiederle se le andava di dormire qualche ora, che al bambino ci pensava lei. “Avevo solo bisogno di dormire”, mi disse “e tua nonna è stata l’unica a capirlo”. Alessandro la chiamava nonna, anche lui.

Mi ricorderò lo sguardo in tralice, che lei non mi fece mai, ma che trasmise da mamma a figlia, nelle generazioni fino a me. Lo sguardo in tralice e le braccia conserte mentre fai qualcosa che non ti godi, perchè sei in attesa di un’approvazione che non arriverà mai forte e chiara, se non all’ultimo, diversi anni più in là.

Mi ricorderò l’orgoglio con cui parlava di me e dei miei voti a scuola e della rovina che erano per miei rapporti sociali. Ma non sono mai riuscita ad arrabbiarmi con lei. Mi ricorderò della favolosa storia che mi raccontava di quando di notte, dal lettino con le sbarre, mi prendevo il biberon da sola, per non disturbare, o della mirabolante avventura in cui in seconda elementare ho corretto la maestra che ha provato a correggermi l’ortografia. Viversi, narrarsi a se stessi, essere narrati. Mi sono sempre preferita narrata dalla nonna, che da me stessa. “Mia nipote è psicologa”. Io di me non lo dico mai se non sono costretta.

Poi c’è stato un giorno in cui la nonna mi ha chiamato ridendo, perchè come al solito avevo dimenticato un libro a casa sua, era rosso, dell’università. Era la copia della tesi che avevo stampato per lei che da una mattina all’altra non riconosceva più. O quel giorno di gennaio in cui mi chiamò per farmi gli auguri, perchè quel giorno si ricordava che il mio compleanno era il 6 di febbraio, ma pensava che il 6 di febbraio non se lo sarebbe ricordato più. E non se lo ricordò, ma io non glielo dissi mai.

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10 pensieri su “Soprattutto un profumo (storia di come la nonna ha contribuito a far di me quella che sono – anche se vale quel che vale)

    • Adoravo ammalarmi quando ero piccola. Perchè stavo a casa, arrivavano tutti e due i nonni ed erano tutti e due solo per me, mentre di solito li dovevo dividere con mio fratello e mia cugina 🙂 Che bella l’influenza da bambini. Ora che ci penso ho smesso di ammalarmi quando ho cominciato ad avere l’età per stare in casa da sola.

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