Seven Seconds

Mia mamma per certe cose era avanti.
Faccio l’indispensabile premessa che da piccola per me erano cicciobello tutte le bambole di plastica che non potevo portarmi a dormire perchè le loro acuminate manine dure mi si piantavano nelle scapole durante la notte. Le altre avevano un nome proprio. Ne avevo una con i capelli biondi e una con i capelli rossi. Le avevo chiamate Beauty e Reika. Strano, eh?
Fatto sta che di cicciobello ne avevo di bianchi e di negretti e a me parevano grosso modo uguali. Giocavo indifferentemente con entrambi: pappa pipì cacca nanna culla. Cose così. E mi pareva tutto uguale, perchè quando scendevo in cortile a giocare c’erano anche i bambini neri. Come i cicciobello. Uguali. E così non è che ci facessi caso. O meglio, non era dettaglio a cui dessi peso il fatto che i neri stavano tutti nello stesso palazzo e i bianchi negli altri palazzi. Una cosa su cui mi ero soffermata a riflettere, in effetti, era il colore dei palazzi. Il loro era marrone scuro (rivestimento in klinker degli 70-80. Urendo) e il mio arancionino come gli altri, ma pensavo avessero voluto fare pendant. Giuro. Non me lo sto inventando. Perchè quando giochi a Barbie non è che ti poni sto problema. Del bianco e del nero. Davvero avevamo lo scemo del quartiere che si chiamava Silvano e gli gridavamo “handicappato” da dietro il muretto. Lui era biondissimo, con gli occhi azzurri, alto e dinoccolato, tanto per dire. E mongolo davvero. Oggi fa la guardia giurata. Non so se mi spiego.
Ieri a colloquio avevo una ragazzina di un paesino piccolo dell’Albania che è in Italia da 7 anni e nella mia città da pochi giorni. Parla solo con persone albanesi e non si sposerebbe mai con uno straniero (cioè un italiano), perchè per lei è brutto che noi ci fidanziamo senza chiedere niente ai genitori. E lo facciamo già dalle medie. Però suo padre decide della sua vita, in tutto e per tutto. Lei vuole studiare e lui non la lascia fare. Non la lascia uscire. Non le permette di lavorare in posti in cui ci siano colleghi maschi. E’ minorenne in obbligo formativo. Eppure sta a casa con lui, lava, fa da mangiare, stira. Un giorno un ragazzo la chiederà in sposa a suo padre, dal momento in cui sarà fidanzata sarà il suo futuro marito a decidere per lei, anche se sarà ancora nella casa paterna. Lei vorrebbe studiare. L’hanno già chiesta in sposa, ma lei non vuole perchè per lo meno adesso sa cosa suo padre vuole e cosa no. Con il fidanzato chissà dove andrebbe a finire… E’ accudente con tutti e molto buona. E io le chiedo: “Ti occupi di questo e di quello e di quell’altro. E ti te quando ti occupi?” Arrossisce e le vengono gli occhi lucidi. Cambio direzione del colloquio. Vorrei che si trovasse bene in Italia e vorrei che si trovasse bene in famiglia.
Non c’è soluzione.
Ho visto dalla porta a vetri le sue spalle allontanarsi da sole e rimpicciolire piano. Non sapevo cosa dirle. Avevo solo il cuore stretto.
Tornando a casa, proprio a pochi passi dalla porta di casa mia, un ragazzo marocchino ancora un po’ e mi si butta sotto la macchina con la bicicletta. Mi stava spogliando con gli occhi. Io avrei voluto investirlo. Ho abbassato lo sguardo invece.
Quando ero più piccola era diverso. Adesso che sono grande non permetto a nessuno di mancarmi di rispetto. Solo di fronte agli extracomunitari abbasso lo sguardo, perchè ho paura. Non è bello dirlo, ma penso che gente che ti guarda in maniera così sfrontata non ha limiti e ho paura.
Poi penso che agli occhi di un uomo che viene da un paese in cui le donne girano velate e ci si sposa passando attraverso i genitori, io sono una cagna infedele a viso scoperto. Una poco di buono. Sono la stessa persona che altri amano. Eppure. Stessi oggetti hanno significati diversi per persone diverse, c’è poco da stare lì.
Non è colpa mia e non è colpa sua. La realtà è una cosa che si costruisce. In parte collettivamente e in parte no. Ma fatto sta che alle volte il problema non è quanto siamo stronzi noi o quanto siano stronzi loro, il problema è quanto è rigido il pensiero, la rigidità con cui penso che un ragazzo marocchino mi manchi di rispetto e la rigidità con cui lui pensa che io sia disponibile vogliosa solo perchè non porto il velo..
Oggi ho fatto lo sforzo di capire perchè tu ti senti in diritto di guardarmi così.
Vorrei che tu domani facessi lo sforzo di non guardarmi così.
E’ un fatto di flessibilità.

Ma è proprio vero che “quando un bambino nasce in questo mondo non ha il concetto del colore della pelle in cui vive”.
Non sono una che idealizza i bambini (leggi “Il signore delle Mosche”), ma penso che per certe cose i bambini siano come l’umanità dovrebbe essere.

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3 pensieri su “Seven Seconds

  1. io non sono una bellezza, sono una normale 41enne, con un po’ di sovrappeso, nessuno mi spoglia con gli occhi e, a dire il vero, credo sia una fortuna.
    ho fatto amicizia con Adam, fuori dall’hard discount dove faccio la spesa, è mussulmano, ogni volta faccio un po’ di spesa anche per lui: senza maiale e senza alcolici. prima c’era Peter, filo cattolico di non ricordo quale congregazione, mi offriva 15 minuti di conversazione in inglese per un euro (un insegnante madrelingua costa molto di più!!!)
    poi c’è il parcheggione, per andare in centro città, dove un sacco di ragazzi di colore stanno attorno alle macchinette per pagare il ticket e ti chiedono in dono il resto. se mi capita di sera glielo do sempre. ma baratto: il parcheggio è grande e non illuminato bene, mi accompagni all’auto? mi fai da scorta? restano perplessi ma accettano. sempre. e quando gli do l’euro sorridono. credo che capiscano che gli do un euro e la mia fiducia.
    l’integrazione però è molto pià di questo…
    ciao, tigli

  2. Io sono sincera, mi innervosisco, probabilmente perchè a Pisa non ci sono controlli di nessun tipo e ti assalgono come in un paese del terzo mondo. Non puoi fare un passo senza che qualcuno ti chieda qualcosa e non puoi dire no senza che chi ti chiede i soldi insista, come se darglieli fosse un tuo dovere. Una sera io e il mio compagno abbiamo voluto contare quanti ce ne fossero: davanti al Mediaworld erano in 18. In ospedale sono molti di più: quando entri nel parcheggio, vedi una selva di mani che sventolano e ti fanno segno, 4 persone intorno a te che ti fanno segno mentre fai manovra, non riesci a scendere dalla macchina tranquilla, perchè ti offrono il bigliettino di quello che è andato via prima di te, prima che scadesse il suo orario, in cambio di un euro o due. Contestano se dai meno. Quando mio suocero era malato in ospedale e dovevo fare avanti e indietro dall’ospedale diverse volte al giorno era esasperante. Quando devi fare le analisi del sangue è enormemente fastidioso.
    Ho comprensione per la situazione in cui vivono e capisco perchè siano pressanti, ma ho anche io le mie situazioni 🙂
    Ora, non credo che sia così dappertutto, credo che più spesso sia come nel mio paese di origine o come racconti tu e vedo che in altre città della Toscana non è così grave la situazione.
    Arrivo da una regione a governo leghista, dove la politica era quella degli sgomberi, e ora sto in una regione dove la politica è che ognuno può fare quel che gli pare.
    Io sono del parere che l’amministrazione non dovrebbe permettere a queste persone di stressare i passanti, dovrebbe prelevarli dalla strada e prendersene cura. Per me l’integrazione è questa…

  3. hai ragione da vendere. io ho fatto amicizia con due, educati, ma anche a ferrara ce ne sono centinaia. mia mamma ha paura. un tuo pensiero lo condivido appieno: gli permetti di stare qua se puoi offrirgli un futuro (lavoro, casa, sanità) ma in Italia il futuro non si vede proprio. per nessuno. quindi il buonismo è fuori luogo. devo ammettere che io una soluzione da suggerire non ce l’ho. e comunque NO non è un obbligo dargli l’euro perché si mantengano. se io andassi negli u.s.a. a stressare i passanti in cambio di un dollaro mi troverei rimpatriata nel giro di 24-48 ore….

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