Anno nuovo, nome nuovo.

Forse dovrei cambiare il nome del blog. Sono lontana anni luce dalla persona che ero quando mi definii signorinacasoumano 10 anni fa, su splinder. Ero una giovane adulta, poco esperta di adultità, traumatizzata, incasinata, insicura, confusa su quasi tutto, con il pensiero irrazionale di essere nata sotto una cattiva stella, di avere un destino di sofferenza e solitudine, di essere spezzata.

Avevo un PTSD.

Sì lo so. Lo ha detto anche Lady Gaga.

C’è stato un giorno in cui qualcosa mi ha fatto ridere e ho detto a Marito: “Se apro un altro blog lo chiamo così” e mannaggia se mi viene in mente cosa fosse. Fatto sta che vorrei ricominciare a scrivere, però questo non è più il mio posto, o per lo meno non è più il mio nome, anche se “gli altri mi ammalano” è un concetto che mi rappresenta ancora meglio di quando l’ho espresso per la prima volta 😊

Svariate cose da puntualizzare sulla maternità, ovvero la cognizione del tempo

Avrei voluto scrivere un altro post, in cui raccontavo estasiata perché la gente è anche bella, gli episodi teneri della gravidanza, ma in verità il tempo è una cosa che non puoi programmare, perché Federico Marito Finch è nato il 22 giugno, scegliendo come compleanno l’anniversario di matrimonio di mamma e papà.
Il parto è stato lungo, doloroso e fantastico. Abbiamo avuto qualche disavventura al ritorno a casa, ma siamo veramente felici.

Spleen del fruitore di media.

Vi prego basta con questa faccenda della bellezza. Dove la vedi, se nelle donne magre o nelle donne in carne, se le dive sono belle con o senza photoshop, truccate o non truccate, se invecchiano bene o invecchiano male, se i segni delle gravidanze fanno una donna bella oppure no. I servizi fotografici che fanno finta di essere ribelli, cercando espedienti artistici per abbellire, mi hanno stancato. Non sono ribelli, cercano solo di affermare il diritto di dire “sono bella anche io”. Non spostano il problema di un millimetro. Le donne non nascono come elementi decorativi, quindi dissertare della loro bellezza é come discutere della bellezza di una mola o di un crick. Non serve a niente e non ti cambia una gomma se buchi in autostrada. Delle cose che mi rendono felice nella vita non ce n’è una che io abbia conquistato con il mio aspetto, nemmeno mio marito. Essere bella o brutta non ha mai spostato di una virgola i miei problemi o le mie potenzialità. Nelle rare volte in cui per sbaglio il mio telecomando è finito su Rai o Mediaset, ho visto donne belle più o meno vestite, sorridere senza motivo stringendosi nelle spalle, mandare baci, agitare le manine. Sono contenta di essere un cesso, francamente. Sono contenta di sapere qual è il mio posto nel mondo, occuparlo, esserne soddisfatta, sentire che in qualche modo compio il mio destino e sono utile per gli altri. La bellezza non é un valore. Non c’é alcun merito nel possederla, non ci fai niente. Comincio ad avere le rughine intorno agli occhi, non me le toglierei mai: lo ho fatte vivendo con le persone che amo, sarebbe come buttare via i miei vecchi diari o le foto della mia famiglia. Il loro significato non ha niente a che vedere con la bellezza, il loro significato é violentato dal con concetto di bellezza.
Fate pace con il cervello e cominciate a dare un senso alla vostra vita. È una figata, provare per credere.

Se fai la cosa giusta adesso (ovvero la mia opinione su come nascono i bambini)

Non ho riletto e non garantisco l’italiano.

Tutto è cominciato in un circolo ARCI che puzzava di fritto e di spirito di adolescente. Ero in uno dei miei buchi neri, frutto di un paio di anni pesi ed era il primo giorno di scuola, a febbraio. Sulle pareti erano stati appesi dei cartelloni in cui le mie bimbe avevano scritto e incollato immagini di ciò che è importante nella vita: la salute, la famiglia, gli amici, le persone che ami. Non so perchè mi colpì. Ma mi suonò come un richiamo. Mi sono detta “ma tu guarda cosa ti possono insegnare delle ragazzine di 16 anni”.

Verso la fine del 2013 avevo deciso di smettere di cercare di avere bambini, perchè non volevo usare la gravidanza come antidepressivo e non volevo mettere al mono un figlio trasmettendogli l’idea che la vita fa schifo. Sarebbe stato egoista. Ma a Gennaio febbraio stavo meglio e ci ho ripensato. Ho comprato i test di ovulazione, mi sono lanciata nei miei conti a caccia dell’ovulino, dicevo a Marito che non avevamo mira. Ma tanto se la testa ha idee farlocche, per fortuna è il corpo a sapere cosa deve fare. E quindi niente. Sti bambini non arrivavano. Ricominciare a lavorare in proprio dopo essere stati lasciati a casa (e lasciatemi dire che nelle cooperative tutti si riempiono la bocca di sinistra e di diritti, ma quando ci sono persone che di diritti non ne hanno, è sempre comodo scordarseli) è stato frutto di un gesto di solidarietà arrivato da un luogo (una persona) inaspettato, ma mi sentivo l’animo di piombo ed è stato faticoso ricominciare. Fisicamente faticoso. La depressione fa schifo.

Nonostante ciò è bastata una settimana di lavoro, nemmeno, ed ero felice di alzarmi al mattino, percorrevo i 500 metri di strada che separavano casa mia dal lavoro con il cuore più leggero, perchè ho cominciato a pensare che il senso della vita non risiede solo in mio marito, che sì è la mia vita, ma ho cominciato a ricordarmi chi ero: in parte, una grossa parte, sono il mio lavoro e la mia passione. Se mio marito mi lascia, avrò sempre il mio lavoro a tirarmi su di morale. Magico potere dell’adolescenza altrui.

Ho quindi deciso di implementare la mia personale quantità di senso e ho chiesto a un’amica, fino ad allora molto simpatica, ma non strettissima, di curare la mia immagine: biglietti da visita e sito professionale (tracce di questo periodo le trovate nei post del 2014). Ho avuto modo di conoscere meglio una persona fantastica e suo marito. Un entusiasmo elettrizzante e contagioso. Ho iniziato a chiedermi di che colore sarei se io fossi un colore, di che colore sarebbe il mio lavoro (e sono due colori diversi, sapete?), qual è il mio paesaggio interiore, cosa voglio trasmettere. Quello che pensavo della vita, veramente, al di là di ogni casino, era molto diverso da quello su cui avevo rimuginato negli ultimi anni a partire dalla morte di mia mamma nel 2007, senza grosse soluzioni di continuità ed è stata una sorpresa.

Chi sono io e cosa penso della vita, al di là di tutti i miei casini?

Avevo bisogno di ritrovarlo.

Silvia e Ivan hanno avuto la loro dose di problemi, non certo migliori dei miei, hanno saputo anche loro che cos’è la solitudine eppure non mi sembravano rovinati, compromessi, come mi sentivo io. Mi sembravano due persone innamorate e positive, appassionate del proprio lavoro, del cibo, di ogni scelta che fanno. Mi sono sembrate persone che hanno saputo dosare intelligentemente la prossimità e la distanza, la condivisione e l’indipendenza. Ho ascoltato molto Silvia su come si crea uno spazio comune in una coppia e come si articola, si alterna con uno spazio individuale. Stanno insieme da 20 anni, non ad alti e bassi, affiatati costanti. Sono meravigliosi.

Così ho cominciato a fare esperimenti. A uscire per conto mio, perchè stavo sempre appiccicata a Marito per controllare che non morisse. Alle volte mi svegliavo di notte e controllavo che respirasse. So che è stupido, razionalmente sapevo benissimo che era altamente improbabile ciò che temevo, ma ero traumatizzata e ho reagito come un animaletto spaventato.

Sono uscita con i miei colleghi e Marito sta benone.

Mi sono divertita e devo dire, ho bevuto più vino di quanto Marito avrebbe voluto, ma non ho esagerato, sono stata prudente e ho pensato “be, è il mio spazio individuale, non faccio niente di male, è improbabile che io muoia”. Ammetto di aver aperto qualche volta la porta di casa con una certa ansia, ma dai e dai, ho imparato ad allontanarmi da Marito sena struggermi di dolore. Continua a non piacermi quando si ammala, mi vengono pensieri strani, ma li governo e poi alla bell’e meglio l’influenza gli passa.

Nel frattempo ho continuato a sentire le mie cugine della Sardegna. Mi hanno mandato delle foto di cugini adulti che avevo visto da piccoli e cugini che non avevo mai visto. Ho ritrovato i miei lineamenti, che in Piemonte non erano mai assomigliati a nessuno. E credetemi, fa un effetto strano ritrovare il tono di colore della propria pelle, o il proprio naso in persone che non hai mai visto. Ci siamo dovuti andare, mi sono dovuta ritrovare.

In ogni mia follia, in ogni mia richiesta irrazionale e strana, mio Marito è sempre stato lì, ha sempre detto sì, mi ha seguito, con la sua aria amorevole e vigile. Siamo fatti così: io cammino e lui guarda dove metto i piedi. Sento sempre i suoi occhi amorevoli sulle mie spalle e oggi posso dire di sentirmi al sicuro.

Così siamo partiti, siamo stati ospiti una settimana da persone che io non vedevo da più di 20 anni e Marito non aveva mai visto. Ci sono stati momenti difficili, in cui non eravamo esattamente coordinati con i tempi familiari degli altri, ma siamo stati benissimo. Sono persone bravissime. Mi sono resa conto che ciò che in Piemonte mi rendeva diversa, in Sardegna mi rendeva uguale a qualcuno e mi sono chiesta come sarei cresciuta se invece di isolarci come famiglia nucleare avessi avuto anche quella risorsa familiare e non lo so dire. Forse sarebbe stato più facile. Maria mi ha raccontato delle cose di mio padre e di mia nonna che non sapevo, c’erano cose che non avevo mai capito e che d’un tratto mi sono diventate chiare. E’ forte l’emozione quando hai un senso di rivelazione e chiarezza. Mia cugina Liana ha due bambine disabili, adorabili, ma una vita assai difficile da organizzare. Eppure lei va come un trattore, con una forza e un’energia ammirevoli, sostiene le sua bambine, da loro si aspetta il massimo che possono dare, è documentatissima e presente. Decisa.

Nella settimana successiva ho avuto desiderio di bellezza e siamo stati in Umbria. Intanto rimuginavo una cosa, mentre passeggiavo per la mistica Assisi:

“Marito, dopo aver conosciuto Silvia e Ivan, dopo essere stata con le mie cugine, ho realizzato una cosa.

Io non ho più diritto degli altri di essere triste.

A questo punto sono io che sbaglio qualcosa”.

E ho compreso che la mia arroganza nel credere di essere un’avente diritto più avente diritto degli altri, dipendeva dal fatto che per lavoro vedevo solo persone spezzate, che cercavo di aiutare e ricucirsi e mi pareva normale spezzarsi. In qualche modo mi sentivo parte di una comunità, quella degli interrotti. Invece no. Certamente spezzarsi non è una scelta, ma sicuramente non è l’unica alternativa possibile.

Così sono andata a fare due parole con Gianni, perchè non capivo come mai, dopo tutti i miei anni di esperienza e di terapia, dopo aver scavato a fondo per comprendere i miei genitori, continuavo a rimuginare sul passato, a sentirmi arrabbiata e ferita, quando in fondo non era niente di personale e non era colpa di nessuno? Cosa diavolo stavo sbagliando? Ho un presente bello, è fatto come vorrei, un matrimonio bellissimo, con mio marito e i miei suoceri è come essere stata adottata e avere una nuova famiglia, amici a cui sono legata e che ho scelto con cura, amo molte persone e sono ricambiata, perchè non riesco ad esserne felice? Sono stata bravissima, cosa posso fare di più? Perchè devo sprecare tutto così? Perchè non mi sento mai veramente al sicuro? Gianni, tu che sei grande, che sei terapeuta da più di metà della tua vita, sinceramente, ma si smette mai di pensare al passato? 

La risposta è stata no. Non si smette. Si comprende, ci si fa pace, ma ci si ripensa. Poi mi ha detto che lui personalmente riempie il presente di cose. Ho sempre ammirato la sua curiosità e ho capito da dove veniva.

Tornando da Follonica dopo aver parlato con Gianni pensavo: “Natalie. Mettiti nell’ordine di idee che questi figli potrebbero non arrivare. Cosa pensi di fare per i prossimi 50 anni della tua vita? Pensi di passarli a struggerti? Come riempiresti la tua vita se non dovessi avere figli? Puoi mica rimuginare sul passato fino alla morte… Che modo triste sarebbe di aver vissuto”

Cantavo a squarciagola la nuova canzone di Marta Sui Tubi e Battiato: “C’è gente che pensa di aver sbagliato tutto nella vita e pensa solo al passato che non comprende che si può rinascere ogni giorno se fai la cosa giusta adesso

A me piace studiare, tantissimo. Poi mi piace vedere posti. Personalmente se potessi passare le giornate attaccata a Gianni ad imparare o a scuola a seguire lezioni, io lo farei tutti i giorni per sempre. Manco a dirlo, esce un master fichissimo a Firenze, piuttosto costoso: “Marito, cosa dici? Investiamo?” E lui mi risponde: “Investiamo”, però mi scocciava a morte, perchè i miei risparmi non erano proprio tantissimi e quindi avrebbe dovuto contribuire lui. Taaac, pochi giorni dopo questa conversazione, viene finalmente venduta una casa in Piemonte, rimasta invenduta dal 2012 e i miei risparmi si stavano per gonfiare. Allora è destino che lo debba fare!

Così, oltre che come psicoterapeuta, inizio il percorso di ulteriore specializzazione come psicotraumatologa. Sono all’inizio, eh? Ma è la mia strada, cavolo. Mi piace da morire.

Mi viene ottimismo. Prendo i miei rari e occasionali cicli mestruali, diventati regolari solo negli ultimi mesi (guarda caso da marzo in poi) e calcolo il mio periodo fertile. Ampio, oserei dire.

Qualche giorno dopo sono andata in Piemonte a firmare il rogito. C’era mio fratello, c’erano i miei parenti e i miei vecchi amici, ma iniziava il mio ipotetico periodo fertile e quindi ho salutato tutti e ho detto: “Io ovulo, perciò vi saluto”. Mi hanno preso tutti in giro. Sarei potuta restare, eppure sapevo di dover tornare a casa. Due giorni dopo do buca ai miei amici per l’aperitivo, perchè forse avevo preso un virus, avevo una nausea…

A ottobre ho partecipato a un convegno a Roma, come discussant, su invito di Gianni. Mi cagavo addosso sia per andare a Roma da sola e dover trovare il luogo del convegno nella Capitale, sia ad espormi a un convegno davanti a esimi ricercatori, ma superata la paura ero al settimo cielo. Perchè Roma è meravigliosa e perchè i ricercatori che si confrontano su temi aperti sono sempre stimolanti ed emozionanti. Il giorno dopo ero di nuovo a Firenze al master. E anche la settimana dopo e quella dopo ancora. Sapevo di avere un ritardo, ma non volevo fare l’ennesimo test di gravidanza e rimanere delusa. Ero felice davvero: mi stavo dedicando a me stessa, avevo capito, finalmente qual era il senso della vita per me ovvero cominciare a pensare a quello che c’era dentro di me indipendentemente dalla mia storia, dai miei problemi, perchè il passato era passato e non poteva ferirmi più: non mi aveva ucciso allora, non c’era ragione che mi uccidesse adesso. La sfiga è sempre in agguato, certo, qualcosa di brutto può sempre succedere, ma se io ci sono, se io esisto e mi aggrappo a quel che sono e quel che ho costruito nella vita, ce la posso fare.

Ce la posso fare.

Questo pensavo. Questo penso.

Così ero semplicemente infastidita dal mio nuovo squilibrio ormonale e andai dal medico per chiedergli il nominativo di una ginecologa, possibilmente un po’ esperta di fertilità.

Ma non mi servì. Ed eccomi qui

Panciona

Mancano solo un paio di mesi. E il tempismo di questo bambino, che si chiamerà Federico Marito Finch, sembra talmente magico che non ci possono essere errori, niente può andare male. Vado agli esami tranquilla, sapendo che tutto sarà normale. Ogni tanto qualche catastrofe me la immagino, tipo morire di parto o che venga fuori qualche anomalia non diagnosticabile con l’amniocentesi, ma riesco a scacciare i pensieri. Andrà tutto bene e sarò una brava mamma.

Penso ancora ai miei genitori, ma ho capito che la rabbia che provavo mi serviva a sopportare la loro assenza, l’ingiustizia dell’averli capiti, di averli perdonati e di non poterli avere accanto per vedere com’è vivere accanto a loro in pace. So che se fossero qui, ogni cosa sarebbe dimenticata, perchè si erano innamorati ed erano felici prima di andarsene e perchè di fronte a un affarino così

2014-12-09

non puoi che essere felice. Così ora piango sinceramente la loro assenza, piango per le nostre occasioni perse, per ciò che non vedranno, per le volte in cui nei negozi scambiano mia suocera per mia mamma, vedendoci affiatate. E più sto nel mio dispiacere, nella mia nostalgia, più mi sembra che mi siano accanto, che mi siano vicini. Li sogno e nei sogni sono sempre benevoli.

Quindi se dovessi dire ai miei figli come nascono i bambini, direi che nascono così. Come il grande amore, arrivano quando ti ritrovi dopo esserti perso, quando sai chi sei e ti sei costruito una vita tanto bella e piena da volerla moltiplicare, sapendo che chi nascerà non se la prenderà con te per averlo messo al mondo, ma troverà negli anni il suo modo di ricostruirsi dopo ogni crisi. Sperando che possa contare su di noi, genitori, il più a lungo possibile. “Quando comincerai a vedere il mondo in modo diverso, il mondo comincerà a cambiare, quando comincerai a vedere il mondo in modo diverso il mondo comincerà a cantare”

Parola di Psicoterapeuta.

E questa è la nostra canzone

Il motivo per cui non scrivo più sul blog è in questo anno ho imparato a comunicare, a regolare le mie emozioni senza bisogno di scrivere per mettere in ordine e scrivere non mi serve più per mantenere un equilibrio mentale. Quindi non è che non ho tempo, non mi viene in mente di farlo… Ciò non di meno, non avessi avuto il blog a partire dal 2007, probabilmente sarei impazzita. Grazie per la vostra pazienza 🙂

Dialogo tra una psicologa e un non-so.

Non so: “91? Buonasera, mi dica”

Natalie: “Buonasera. Senta, ho smesso di fumare e sono un po’ nervosetta, mi darebbe un po’ di valeriana o della passiflora, qualcosa di fitoterapia?”

Non so: “Gocce o compresse?”

Natalie: “Cosa si assorbe prima? Perchè sto bene quasi sempre, solo che ogni tanto ho il craving e mi rosicchierei le gambe del tavolo, ci fosse qualcosa da prendere al bisogno…” (risata generale, svelato l’arcano, sono in una farmacia)

Non so: “Ah, allora le do questo! Quando si agita, spipetta questo sotto la lingua e risolve”

Natalie: “Fiori di Bach? Non c’è un farmaco vero, qualcosa con un principio attivo? Non credo all’omeopatia.”

Non so: “Questo è un farmaco!”

Natalie: “Ah sì? Ho letto Bach sulla confezione e pensavo fosse una cosa omeopatica. Ma funziona?”

Non so: “Diamine, è un farmaco!”

Natalie: “Ok, se me lo dice lei. Quant’è? Immagino non serva la tessera sanitaria”

Non so: “Sì sì, serve, lo può scaricare. Vede? Così ci crede di più!” (attenzione a questo passaggio, perchè se ci ripenso mi sale ancora una carogna sulla spalla, che potrei tornare indietro e uccidere)

Torno a casa. Tutto bene fino a sabato, poi dopo pranzo bevo il caffè. Mi viene ovviamente voglia di fumare (ce l’ho pure ora che ne sto scrivendo). Guardo meglio la confezione: “Soluzione omeopatica 5 D delle erbe: cherry plum, clematis, impatiens, rock rose, star of bethlehem. 27% alcol.

Imprecazione

Natalie: ” Ti rendi conto sti pezzi di m… (serie di improperi), ho chiesto esplicitamente un rimedio FITOTERAPICO, gli scimpanzè si curano con le erbe, alle erbe ci credo, ma il principio attivo lo voglio! 8,80 per una c… di boccetta d’acqua, ora torno e gli faccio una fiammata che se la ricordano, sti str… Non glielo avessi detto!”

Marito, con tablet in mano: “Eh, Nat, devono vendere, cosa ci vuoi fare? Vai, gli dici che vuoi cambiare la boccetta perchè avevi chiesto un’altra cosa e basta”

Nat: “No, scusa, voglio andare preparata, mi dici quanto principio attivo c’è dentro quella truffa? 27% di alcol, per forza ti calma, quando ti agiti ti fai un cicchetto come nei migliori film americani! Truffatori, bugiardi, LADRI!”

Marito, che legge: “Dunque. 5 D vuole dire che hanno preso un flaconcino di quelli che hai tu in mano. Quanto liquido c’è dentro?”

Nat: “Non è specificato”

Marito, catedratico: “Da questo flaconcino hanno estratto un decimo di intruglio e lo hanno messo in un flaconcino di acqua. Poi dal secondo flaconcino hanno estratto un decimo di fluido e lo hanno diluito in acqua. Dal terzo flaconcino hanno estratto un decimo e lo hanno diluito in acqua. Dal quarto flaconcino hanno fatto uguale fino al quinto.”

Natalie, rossa in viso che le sta scoppiando la vena sulla fronte: “Cioè, questo merdosissimo flaconcino contiene un decimo, di un decimo, di un decimo, di un decimo di un decimo di una quantità non precisata?! Uno scienziato ha detto a un altro scienziato che questa truffa funziona? Ma ti rendi conto???? Ma le hanno fatte le potenze negative? E le frazioni? Ma ti pare che un farmacista, uno che dovrebbe aver studiato, uno che conosce la scienza e dovrebbe averne rispetto, ma ti pare che uno così possa sentirsi in pace a smerciare questa truffa? Non c’è niente qui dentro! Niente! Acqua in flaconcini! E mi ha pure detto ” Così ci credi di più! COSI’ CI CREDI DI PIU’! UNO SCIENZIATO A UN ALTRO SCIENZIATO!”

Marito, stanco: “Natalie, non ci andare ora in farmacia se no pianti un casino. Aspetta un’oretta, ti calmi, poi vai e fai come dico io, senza polemiche. Se ti dicono qualcosa, spieghi che avevi chiesto un’altra cosa e via”

“La cosa che mi fa arrabbiare di più è che le persone vanno dall’omeopata per non andare dallo psicologo. Cioè, meglio coglione che matto, capito? Perchè tutte le volte che qualche mia amica, che io rispetto anche, mi dice che va dall’omeopata, mi riferisce queste due cose: ‘il mio omeopata mi fa parlare tanto, mi fa un sacco di domande su di me, sul mio carattere’ e ‘Prima che il farmaco faccia effetto ci vuole del tempo, ci devi andare un po’ di volte dall’omeopata’. Ma guarda un po’, anche dallo psicologo! Questi omeopati sono anche bravi nella chiacchiera, più bravi di tanti medici, e la gente non capisce che E’ LA CHIACCHIERA LA CURA! LA CHIACCHIERA! Ma l’erba va più di moda e la gente non legge l’etichetta e mi manda in bestia il fatto che se i medici e gli psicologi di stoc… capissero che ci devono parlare con la gente e in modo sano, i pazienti non andrebbero dai cialtroni! Si fiderebbero! Poi però la gente ci muore con Stamina e ste segate qua. Questo mi fa arrabbiare, che la gente spende i soldi e muore perchè i medici magari sono anche bravi a prescrivere i farmaci, ma non sono buoni a spiegarsi e a stare al mondo.”

Marito: “Sì va bene Natalie, però non puoi arrabbiarti così per queste cose”

Natalie, sdegnata: “E invece sì, E INVECE SI’!”.

Esco a fare la spesa, ormai la collera mi è scesa e posso gestire la situazione in armonia con l’universo, ma la farmacia è chiusa e così torno lunedì, con animo ancora più sereno di sabato.

Natalie, con toni concilianti perchè ha davanti un’altra farmacista, probabilmente ignara del problema con cui non ritiene opportuno polemizzare e che chiameremo Non-so2: “Buonasera, miscusi, volevo chiedere se può sostituire questo con delle compresse di valeriana”

Non so2: “Sì certo. Per che cosa lo aveva chiesto?”

Natalie: “Ho smesso di fumare, ma non importa, va benissimo la valeriana, grazie”.

Non so2: “Guardi che quello che ha la fa meglio della valeriana”

Natalie, che vuole stare calma risponde in mono pressochè garbato, inspirando un po’ più aria del consueto, perchè per dominare la collera aiuta: “Mi perdoni, capisco cosa vuole dire, è che io non credo nell’omeopatia e quindi preferisco la valeriana 45 mg”.

Non so2 “Ma il rescue remedy è un farmaco, sono erbe un po’ più pasticciate, ma funziona, lo tenga. E’ fitoterapia, tipo.”

Natalie, perentoria: “No. C’è scritto soluzione omeopatica 5D, vuol dire che c’è un decimo di un decimo di un decimo di un decimo di un decimo di una quantità non specificata di principio attivo. Se c’è una molecola di principio attivo siamo fortunati. Mi può dare la valeriana per favore? 45 mg, fantastica. Io non credo che l’acqua abbia memoria.”

Non so2 insiste, io resisto, finchè interviene un farmacista vero: “L’omeopatia ha dietro una filosofia che o ci credi o non ci credi”

Natalie “Esatto o la sposi o non la sposi. Siccome non la sposo…”

Prendo la mia valeriana costernata mentre mi dirigo al Conad a comprare il pane e chatto con Marito.

“Cazzo, non è che ti truffano, ci credo per davvero, Marito.”

“Come? Stai scherzando!”

“No (e gli racconto la scenetta). Non chiederò mai più un consiglio a un farmacista, non sanno niente!”

Marito: “Capirai Natalie, per quello che si impara all’università, non sanno niente no. Ma gliel’hai spiegata la diluizione omeopatica cos’è?”

Natalie: “Sì ci ho provato, ma la farmacista non capiva, mi diceva che era fitoterapia, non omeopatia. Non si può sconfiggere l’ignoranza!”

Marito: “Eh cosa ci vuoi fare Natalie…”

Natalie (davanti al banco frigo): “Sì, ho Ho capito, Marito, ma almeno leggere l’etichetta. Ti sembra normale che sulla mozzarella, Santa Luciaci deve essere indicato il peso netto e sgocciolato mentre Boiron può fare quello che gli pare? Dovrebbe essere illegale! Ma i farmacisti se ne saranno accorti che su tutti i farmaci c’è scritto 200 mg, 600 mg e sul rescue remedy invece no? Questi credono che un centomillesimo di una quantità imprecisata di qualcosa combatta l’ansia. Al mondo c’è veramente tanta ignoranza. Questa storia finisce sul blog!”

Marito: “Vai, Natalie, lànciati in un’invettiva senza precedenti!”

Alle fine della storia pensavo peggio. Ma mi fa sorridere pensare che ho amiche che dicono di dover lottare per curarsi con l’omeopatia, mentre a me capita il contrario. Devo lottare per curarmi con le medicine.

Ognuno ha la propria religione, la mia per fortuna è l’empirismo.

 

Ps: precisazione per Ale, se sta leggendo. Lo so che ho fumato in tua presenza circa una settimana fa, ma era un’eccezione. Per il resto non fumo dal 26 luglio e sto cercando di non fare più eccezioni. Mi aiuto con la valeriana e con i biscottini Vitasnella.

Oggetti da arredamento.

Alla ricerca di un template nuovo per il mio sito professionale, noto con estremo piacere che gli stereotipi di genere vengono sparsi a piene mani e senza vergogna: medico maschio in primo piano con stetoscopio al collo, infermiera e segretaria, rigorosamente fighe alle sue spalle. Volti plastificati di donne assatanate in pose compiacenti. Elettricisti e idraulici maschi. Uomini alla guida e femmine come passeggeri. Donne che cucinano, uomini vestiti da chef. Uomini che coltivano. Macchine costose con uomo in primo piano addobbato da donnina a destra e donnina a sinistra in secondo piano (si intonano entrambe con il vestito di lui). Rockband solo maschile. Tre donne e un uomo che ballano sulla spiaggia. Uomo in carriera, donne che ascoltano (per fortuna i maschi ci istruiscono). Musicisti maschi, probabilmente jazz e allora in questo caso, almeno un uomo di colore c’è. Dal momento che per ogni categoria professionale ci sono almeno tre esempi e non uno mostra alternanza di genere, la distribuzione dei ruoli non è affatto casuale.
My God.

Dall’altra parte della scrivania (esperienze un po’ farlocche di diagnosi in età scolare)

In seguito a una bella conversazione sul blog di Mammamsterdam (e mi dovete aiutare a linkarlo, perchè seguo le istruzioni ma il link non compare e non fa il suo dovere, cioè non linka), ho seguito il consiglio di rielaborare un commento scritto lì e di farne un post, complice il bidone che mi ha tirato un paziente e Marito che stasera arriva tardi per cena 🙂
La diagnosi con i bambini in età scolare, specie prima degli 11 – 12 anni, è molto molto molto difficile.
Faccio una premessa: l’Io è quell’insieme di funzioni cognitive che permette di sentirsi presenti nel momento in cui si fa qualcosa (mi alzo, mi lavo, faccio colazione, salgo in macchina ecc), il Me è invece l’Io che diventa oggetto di riflessione (come mi sento quando mi alzo, mentre mi lavo, mentre faccio colazione), che si descrive e si spiega le cose che fa. Quello che ci accade abitualmente è che viviamo la nostra vita in maniera abbastanza automatizzata, è solo in alcuni momenti che noi stessi diventiamo oggetto di riflessione e così si distinguono due livelli di esperienza cosciente: il livello dell’immediatezza e il livello della spiegazione che mi do della mia esperienza immediata. Guidano cita questo esempio: se vedo un’ombra che passa a lato del mio campo visivo, per prima cosa trasalisco pensando ad un fantasma, poi mi spiego la cosa come: “E’ passata un’ombra, che spavento!”.
Prima dell’emergere del pensiero astratto, i bimbi sono tutta immediatezza e poca spiegazione. Quindi quando stanno male, non dicono “ho mal di pancia perchè ho paura”, hanno mal di pancia e basta. Se si arrabbiano non dicono “mi sono sentito inadeguato e incompreso”, si alzano dalla sedia e insultano la maestra, oppure si mettono a piangere e molto spesso tu non hai idea del perchè. Fai inferenze.
Allora, quando un bambino manifesta comportamenti strani o strane reazioni, beh, per chi deve capirci qualcosa sono cavoli amarissimi.
Innanzitutto va tenuto in conto la differenza che c’è tra il vedere una situazione di persona e vedere un bambino in studio una volta. Raccogliere la storia familiare è complesso e richiede esperienza perchè le persone non sanno che certe informazioni sono di notevole rilievo e non le dicono. Spesso se tu per primo non sai cosa chiedere e dove andare a parare, non raccogli le informazioni che servono ad inquadrare il caso. Saper fare diagnosi è per certi versi un’arte, frutto di tecnica e di esperienza.
Personalmente prendo granchi ancora adesso ed evito di occuparmi di bambini, proprio perchè non desidero nuocere.
Quando si parla di disturbi da comportamento dirompente, il problema per cui arriva la famiglia non è un bisogno riconosciuto internamente, è un problema rilevato dalla scuola, che in genere fa male gli invii: fa ipotesi sbagliate e sostanzialmente le famiglie arrivano con mostriciattolo al seguito essendo stressate dalla scuola, offese, vilipese e, non ultimo, con grossissimi pregiudizi nei confronti degli psicologi, i quali in quanto umani, spesso confermano che il pregiudizio contiene della verità. Ahimè.
Il gruppone dei disturbi da comportamento dirompente comprende il disturbo della condotta, l’oppositivo-provocatorio e l’ADHD e distinguerli nella pratica non è semplice nemmeno per chi ci lavora. Finchè i disturbi sono “puri” e la gravità è di un certo rilievo te la puoi cavare, ma la distinzione è sottile e spesso il setting in cui devi fare la diagnosi non è adatto. I casi sfumati, quelli non gravissimi, sono tosti. Le cose si complicano moltissimo quando i disturbi sono in comorbidità, cioè c’è più di una diagnosi. Dagli esami medici in senso stretto (una risonanza o una tac) non si vede nulla, quindi bisogna usare i test e in tutti e tre i quadri il bambino può risultare affetto da adhd, perchè si tratta di test di livello: basta che il bambino li faccia male per fare diagnosi e questo può succedere perchè il bimbo si agita, perchè andare dallo psicologo non piace a nessuno o banalmente perchè è primavera, fuori tagliano l’erba e il bambino fa fatica a concentrarsi per il rumore o perchè davvero c’è un adhd.
Ora: se concretamente il problema a scuola è che il bimbo non sta seduto e non fa gli esercizi, come fai a sapere se è perchè non rispetta le regole (oppositivo-provocatorio e condotta), perchè è arrabbiato (oppostivo-provocatorio e condotta) , o perchè ha un ADHD, in cui il movimento del bambino è afinalistico? Se ci sono due disturbi? Poi, una diagnosi molto difficile è quella di disturbo bipolare, che ha davvero molti punti in comune con il disturbo della condotta. Avete idea del casino in cui si trova uno psicologo o un neuropsichiatra infantile che deve fare diagnosi? Per questo spesso ci sono errori. Le capacità riflessive dell’adulto permettono di fare domande molto mirate per comprendere il problema (e non è semplice nemmeno con i grandi), ma un bambino si esprime per azioni, per mal di pancia, per altre vie e quindi si va a tentoni.
Per esempio capita che un’insegnante faccia un invio per disturbo oppositivo-provocatorio perchè prende sul personale un comportamento che invece è frutto di un adhd (quindi non provocatorio in senso stretto), oppure che un bambino con adhd si arrabbi con la maestra perchè non si sente capito e questo venga scambiato per un problema di condotta, oppure perchè ci sono disturbi dell’apprendimento e il bambino reagisce alla cosa con frustrazione, che è umano. Purtroppo spesso la patologia dei bambini incoccia nella patologia degli insegnanti e degli psicologi che li dovrebbero curare. Qualcuno sostiene che la professione di medico o di psicologo sia già di per sè una diagnosi 🙂
Molti casi di adhd se presi con il dovuto amore e senza troppi farmaci, tendono alla remissione in età adulta, però ripeto: per molti (presenti inclusi) è difficile fare diagnosi differenziale tra questo e una depressione bipolare o altri disturbi.
Quello che io vedo per la mia esperienza personale e spero di non offendere dicendo questo, è che riscontro sempre difficoltà di coppia, che non vuol dire necessariamente cose morbose o di cronaca, il normale ciclo di vita delle famiglie è già di per sè stressogeno:  traslochi, lutti o vita poco abitudinaria per un bimbo possono essere molto stressanti. Per poter dare un senso a quello che succede, bisogna pensare se come genitori si sono avuti dei casini, se nel momento in cui si è visto il problema iniziare nel bambino, per caso non è contemporaneamente successo qualcosa nella tua famiglia. Può sembrare che non ci sia relazione diretta (per esempio un adulto che cambia lavoro o che so io) ma i bambini hanno i radar per queste cose e accusano. Poi le cose nella vita si ingarbugliano sempre, si accumulano e si stratificano… e va da sè assumono dimensioni e proporzioni proprie.
Sul farmaco ho opinioni contrastanti.
Ci sono forme di riabilitazione che danno davvero grandi risultati, se associati al farmaco… se un ragazzino ha grosse difficoltà a concentrarsi e deve imparare, perchè farlo soffrire lungo il cammino? mi dico. Però con il Ritalin i ragazzi cambiano tanto, li vedi diversi e anche se si calmano, ti domandi: “sì, per me è più facile gestire questa situazione, ma il bambino che ho davanti, è ancora lui?” A questo dilemma io non ho risposte.
Per la mia esperienza i genitori non sono mai introspettivi, mi consegnano i mostriciattoli (che amo in quanto mostriciattoli) che allevano e si aspettano che lo psicologo identifichi il problema, lo risolva e restituisca i bimbi “aggiustati” come un phon o un robot da cucina. Non giudico per niente, penso che debba essere difficilissimo vedere i propri figli incasinati e ammettere di avere un ruolo in questo, non penso sia diverso dall’ustionarli o cose di questo genere e riconoscerlo, ammetterlo e farci qualcosa è dura. Se c’è una cosa che mi ha insegnato il mio lavoro e nello specifico il corso di mindfulness, è che “non si può dare ciò che non si è, ciò che non si incarna”: non si possono allevare bimbi sicuri se non lo si è e quindi per contro, se i bambini soffrono è perché soffre anche chi se ne prende cura, quindi non c’è dolo né colpa, ma solo ferite aperte, anche lontane, di cui bisogna prendersi cura. La maggior parte dei genitori non riesce a fare questo collegamento e involontariamente ostacola la terapia, comunicando anche un messaggio brutto dal punto di vista relazionale. A fronte di relazioni familiari disfunzionali, viene designato un membro della famiglia come portatore di patologia ed è quello che si sobbarca l’etichetta e la cura, ma se non si cura tutta la famiglia, il messaggio che dai genitori passa al Minuscolo è: “Tu hai problemi e ti devi curare, io sto a posto”, come se il bambino fosse responsabile del dramma che vive tutto il resto della famiglia.
Ci sono volte in cui riesci a costruire bene l’invio ad altri terapeuti per un lavoro completo su tutti, magari lavorandoci mesi, in un caso ci ho messo addirittura anni e sono riuscita ad inviare un genitore solo, ma nella maggior parte dei casi, l’implicito della terapia è “De (alla pisana) i tuoi genitori sono questi, studiamo un manuale per l’uso” ed è tutto qui.
Per questo è un po’ che non seguo bimbi. E’ complicato e lo lascio fare a chi la sa più lunga di me.