Strano il Natale da quando non sono più in Piemonte.
E’ un Natale di viaggi avanti e indietro, 250 km in su e 250 km in giù. Di visite fatte di corsa, di saluti frettolosi sorrisi tirati e panettoni.
Comincio ad accettare ora che quel che ho lasciato è perso.
Che anche se le persone le vedi, è il tempo ad assere cambiato. E le priorità.
E di traverso mi stupisco a pensare alla forma della consapevolezza su se stessi.
Come “I figli della mezzanotte” in cui lui si innamora di lei solo guardandola attraverso un lenzuolo bucato, un pezzo alla volta.
Si è consapevoli di se stessi, ci si vede dentro solo attraverso un buco, ci si mette a fuoco solo un pezzo alla volta, non si è mai totalmente completi davanti a se stessi.
Così mi capita che a sprazzi mi colga di sorpresa la portata del gesto. Di arrivare fin qui.
E me ne accorgo a Natale, quando non provo più la gioia di comprare regali, ma solo il fastidio per la fretta che verrà, per le notti in cui non dormirò nel mio letto, per le pretese di chi vuole che vada a fare un saluto e non pensa che mi richiede sforzo e che per salutarsi 10 minuti all’anno non ne vale la pena, che non ci saranno più quelle giornate là, quando avevamo pomeriggi interi. Non abbiamo più quel tempo là. Sono partita. Per non tornare mai più.
E comunque 250 km in su sono lunghi come 250 km in giù, al limite.
Ogni tanto trasalgo anche di fronte all’idea dell’importanza relativa.
Vivo i miei giorni con un certo romanticismo, cerco di tenere tutte le persone importanti nei miei pensieri e di palesarlo con un gesto.
Poi mi mi imbatto nell’idea dell’importanza relativa. Di come alla lunga i vuoti lasciati da alcuni si riempiano di altri. E tutte le volte il realismo mi stupisce un po’. E mi intristisce anche. Il fatto che la sopravvivenza della vita affettiva sia prioritario. Il fatto che “il per sempre” sia sempre un “per ora”. Raramente come Fellini e la sua Giulietta.
Sull’idea dell’ambiguità invece, rimbalzo come un’ape. Ci picchio la testa e poi ci torno.
E poi mi pento di averlo detto, che è da adulti prendersi la responsabilità di quel che si pensa. E che lasciarsi o tenersi è un fatto di punteggiatura, quando le relazioni finiscono. Che arrivare in terapia con la richiesta di essere se stessi e pensare che questo non comporti assumersi anche delle responsabilità, come dire quel che si pensa, che si desidera e prendere delle posizioni, è irrealistico. L’alternativa è stare soli. O non essere se stessi.
O, detto più semplicemente: se vuoi essere contento, devi per forza far dispiacere a qualcuno. E’ la vita. Lo capisce solo chi ti vuole bene. Chi non ti vuole bene non lo capisce ed è destinato a perderti. E’ la vita. E la vita spesso è fatta di rotture.
Son sincera, non lo dico con queste parole. Ma mi chiedo se è giusto pensare che debba essere una norma per tutti. A dirla tutta non mi vengono in mente molte alternative, se si osserva la vita con un po’ di sintesi.
Così mi è capitato di dire: “Se si vuole essere capiti ci si deve spiegare. Se non ci si vuole spiegare si è destinati a non essere capiti. Non si può avere il massimo della comprensione con il minimo dello sforzo. Quindi bisogna decidere: o si rinuncia allo sforzo o si rinuncia alla comprensione, alternative non ce n’è”. Ho asserito anche che l’ironia non è un modo per prendersi delle responsabilità. E’ un modo per dire le cose a metà. Per poter ferire l’altro non apertamente e poter rispondere “scherzavo” nel caso in cui l’altro te ne chiedesse conto. E’ un modo per prendere le distanze e in certe occasioni l’ironia va benissimo: l’ironia è perfetta per sdrammatizzare, non per prendere posizione.
Ogni tanto mi viene il dubbio che non sia giusto in assoluto, che sia giusto solo per me e che il coraggio non è roba tutti.
Io la sincerità la considero una forma di rispetto verso gli altri. E anche di stima, se vogliamo. E anche la forma più estrema di libertà verso se stessi.
ma sai che non lo so?
che la sincerità sempre, in ogni situazione e contesto è splendida come scelta di modo di porsi rispetto agli altri. ma poi lo è forse più in teoria, ché all’atto pratico diventerebbe brutalità, o crudeltà. non si può non filtrare. se non a pena di ferire gli altri, anche quando non ha senso né scopo, ferirli.
a volte ha più senso soprassedere, credo.
salvo sentirsi dire, ciclicamente, in una lunga sequenza di rapporti interpersonali di vario tipo e natura che si è brutali. o insensibili.
Ripensandoci, qualche volta mi è stato detto che sono brutale. Ma non insensibile. Sono sincera, quando non stimo una persona la tratto male senza nemmeno rendermene conto…
Ovvio, non è che vado in giro ad insultare tutti e comunque sono sincera anche in positivo,cioè non mi risparmio i complimenti o le dimostrazioni di affetto.
Non sono abituata, come fanno in molti, a mantenere una posizione ambigua, quindi alle volte il mio prendere posizione non implica necessariamente parlare o dire, più spesso è un non dare confidenza, o un tenere le distanze e comportarmi coerentemente con il mio modo di pensare. Mi avvicino cautamente alle persone in modo che io possa tirarmi indietro senza traumi, nel caso veda qualcosa che non va. Ho molti amici con i quali calibro il grado di confidenza o di vicinanza. Ci ho messo molti anni a capire come si fa. E’ difficile che una persona non sappia o non capisca cosa io pensi di lei.
Ma questo è un fatto di coerenza. Odio l’ambiguità, quindi le mie posizioni sono sempre chiare in un modo che mi è automatico e quasi inconsapevole. Mi rendo conto che invece la maggior parte delle persone ci sguazza nell’ambiguità.
Quanta sincerità usare, invece, dipende da quanto vuoi essere capito.
Non è che io voglia ragionare come Spok, ma trovo poco logico lamentarsi di non essere capiti senza spiegarsi. O rinunci a spiegarti, ma smetti di lamentarti o ti spieghi e smetti di lamentarti lo stesso. Non è bella una vita passata a lamentarsi sempre. Le persone spesso vogliono essere lette nel pensiero e la trovo una cagata pazzesca.
Quante cose interessanti in un post solo! Quella dell’andare e necessariamente “rimpiazzare” la gente: Purtroppo e’ cosi’, ma sono quelle cose che non puoi spiegare finche’ uno non le prova direttamente. Chi se ne va, crea altri mondi, inizia ad avere altri tempi, per forza anche altre persone. Chi rimane questa cosa non può capirla, e nella stragrande maggior parte dei casi finisce che ci rimane male. Il rimanerci male e’ inevitabile: io e’ da quando ho dodici anni ma anche prima che devo confrontarmi con i sentimenti di chi era magari grande amico o parente amato e si ritrova che sono andata avia e che “non hai più tempo per noi” “Ti sei dimenticata di chi ti vuol bene” e via dicendo.
E’ doloroso sentirselo dire, quando sono gentili e non te lo dicono e’ doloroso sapere che lo pensano/provano comunque, ma e’ inutile parlarne perche’ la situazione non cambia: tu non puoi essere presente come lo eri quando eri li’, e loro non possono fare a meno di invece rimpiangere la persona che eri quando eri li’. Pur capendo tutto questo, in quanto parte determinante della mia vita, quando qualcuno che amo va via o inizia un’altra vita e sono io a “restare”, mi mancano, e non voglio sentirmi dire che mi hanno “rimpiazzata”, perche’ non mi piacerebbe sentirlo, nonostante sappia che e’ per forza cosi’, non possiamo vivere in modo normale e sano altrimenti!
Poi, pian piano, io ci faccio l’abitudine, e so che finché quella persona non ritorna”vicino”, e’ andata, e bon. La rimpiangi ogni tanto, e le auguri la felicita’, che altro puoi fare? Ma spesso vuol dire tirarsi addosso carrettate di karma negativo, da parte di chi resta e ha astio nei tuoi confronti, perche’ “non te ne frega più’ niente”. C’est la vie (di chi e’ mobile). Ma solo chi e’ mobile riesce a capirlo, quindi cosa fai? Quando puoi, ti fai quelle centinaia di chilometri, dedichi quei dieci minuti, insomma, fai quel che puoi per rendere lo “stacco” meno traumatico.
Quello che non riescono a capire è che non le hai dimenticate e nemmeno sostituite in modo “esatto”, ci sono persone con cui sono stata amica per 20 anni e certamente trovare qualcuno con cui seguire un corso di inglese o con cui andare a comprare cose non è lo stesso. Però riesco anche ad accettare che le cose siano diverse oggi e con una certa solitudine ci ho fatto i conti. Ma, credimi, non tornerei mai a casa nella “provincia denuclearizzata”, dove dovevo far finta di non essere intelligente e di non sapere le cose per adattarmi a conversare gli altri.
Ecco, non credo che il prossimo anno mi stresserò per cercare posti in cui dormire per passare il Natale con tutti. Perchè a me il Natale piaceva e invece oggi sono felice che almeno la prima metà delle feste sia passata. Insomma, anche il Natale cambia se ti trasferisci, è un fatto. Solo che poi sono facile ai sensi di colpa e quando le persone mi fanno sentire in colpa tendo a sentirmici (e ad arrabbiarmi). Paradossalmente, con gli aumenti che ci sono stati, in certi periodi dell’anno mi costa meno prendere un aereo e venire da voi che tornare a casa. E sicuramente mi stresso meno.